Le polizze unit-linked sono uno dei prodotti più venduti agli sportelli bancari e assicurativi italiani: si presentano come “investimento con il vestito dell’assicurazione” e raccolgono ogni anno miliardi di risparmio delle famiglie. Questa inchiesta smonta il prodotto pezzo per pezzo per rispondere a una sola domanda: quanto costa davvero, e chi guadagna cosa? La risposta breve: spesso il cliente paga due o tre strati di commissioni per un contenuto che, comprato separatamente, costerebbe una frazione.
Cosa c’è dentro una unit-linked
Tecnicamente è una polizza vita in cui il premio versato viene investito in fondi interni o esterni: il valore della polizza segue l’andamento delle quote (le “unit”, appunto), senza garanzie di restituzione del capitale, salvo clausole specifiche. La componente assicurativa vera — la copertura per il caso morte — è di regola minima, spesso una maggiorazione di pochi punti percentuali sul controvalore delle quote. Il resto è, a tutti gli effetti, un investimento in fondi: lo stesso che si potrebbe realizzare con strumenti quotati, ma incapsulato in un contratto assicurativo.
I costi delle unit-linked, strato per strato
Il documento chiave si chiama KID, ed è lì che l’inchiesta va condotta, caso per caso. Gli strati tipici sono tre. Primo: i costi di caricamento sul premio, che in alcuni contratti decurtano il versamento fin dall’ingresso. Secondo: la commissione di gestione della polizza, che si somma — ed è il punto decisivo — alle commissioni dei fondi sottostanti: il doppio strato porta il costo annuo complessivo di molti prodotti tra il 2% e il 4%. Terzo: le penali di riscatto nei primi anni, che vincolano di fatto il capitale. Su orizzonti lunghi l’effetto è devastante: come abbiamo mostrato confrontando lo 0,14% e l’1,5% su vent’anni, ogni punto percentuale di costo annuo si mangia una quota enorme del montante finale — e qui i punti sono spesso più di due. Dietro la spinta commerciale c’è un meccanismo noto: le retrocessioni, cioè la parte di quelle commissioni che torna a chi vende il prodotto.
Quando può avere senso (e le domande da fare)
Onestà impone di dire che la unit-linked ha caratteristiche che l’investimento diretto non offre: i vantaggi successori tipici delle polizze vita (designazione libera del beneficiario, esenzione dall’imposta di successione), l’impignorabilità e insequestrabilità nei limiti di legge, e il differimento fiscale interno al contratto. Per patrimoni con esigenze di pianificazione successoria può essere uno strumento legittimo. Ma sono benefici che vanno prezzati: prima di firmare, le domande da fare per iscritto sono quattro. Qual è il costo annuo totale (RIY) indicato nel KID? Quanto costa uscire nei primi cinque anni? Che copertura caso-morte effettiva contiene? E lo stesso portafoglio di fondi, comprato fuori dalla polizza, quanto costerebbe? Se chi vende non risponde con numeri, la risposta è già chiara. Il principio che difende il risparmiatore è sempre lo stesso, su ogni mercato: pretendere i numeri al posto delle narrazioni — lo stesso rigore quantitativo con cui il metodo di CryptoGrassini tratta gli asset più volatili.
Contenuti a fini formativi e divulgativi: non costituiscono consigli finanziari né assicurativi. Ogni decisione resta sotto la responsabilità del lettore.

