Su 10.000 euro al 6% lordo per vent'anni, la differenza tra 0,14% e 1,5% di commissioni annue vale 7.116 euro: i conti,

Quanto ti costa davvero una commissione: 0,14% contro 1,5% su vent’anni

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Una commissione dello 0,14% sembra un dettaglio irrilevante. Quattordici centesimi ogni cento euro: meno di un caffè su mille euro investiti. Eppure la voce di costo più sottovalutata dal risparmiatore italiano è proprio questa, perché agisce in silenzio, ogni giorno, per tutta la durata dell’investimento — e perché si compone esattamente come si compone il rendimento, ma in direzione contraria. La notizia che ha riportato il tema d’attualità arriva dai mercati internazionali, dove è in corso una guerra al ribasso sulle commissioni dei fondi indicizzati. La domanda che interessa a chi risparmia, però, è un’altra: quanto vale davvero un punto percentuale di commissione, in euro, alla fine del percorso? Vediamolo con i numeri.

Il conto: 0,14% contro 1,5% su vent’anni

Prendiamo 10.000 euro investiti per vent’anni in uno strumento che rende il 6% lordo annuo, un’ipotesi prudente e in linea con le medie storiche di lungo periodo dei mercati azionari sviluppati. Senza alcun costo, quei 10.000 euro diventerebbero 32.071 euro. Con una commissione annua dello 0,14% — il livello dei fondi indicizzati più economici — il rendimento netto scende al 5,86% e il capitale finale a 31.233 euro: il costo complessivo è di 838 euro. Con una commissione dell’1,5% annuo, tipica di molti fondi comuni a gestione attiva collocati allo sportello, il rendimento netto scende al 4,5% e il capitale finale a 24.117 euro: il costo complessivo sale a 7.954 euro. La differenza tra i due scenari è di 7.116 euro su un investimento iniziale di 10.000. Detto altrimenti: la commissione più alta si è presa il 22% del capitale finale, pur essendo stata percepita come «solo l’1,5% l’anno».

Perché l’effetto esplode con il tempo

La ragione è matematica e vale la pena capirla una volta per tutte. La commissione non è una tassa una tantum sul guadagno: è un prelievo sul montante, applicato ogni anno su un capitale che nel frattempo dovrebbe crescere. Ogni euro sottratto oggi non produce interessi domani, e la mancata produzione si accumula insieme al resto. Il risultato è che la perdita non cresce in modo lineare con gli anni, ma in modo esponenziale. Lo stesso confronto su trent’anni lo dimostra senza appello: 10.000 euro al 5,86% netto diventano 55.195 euro, al 4,5% netto diventano 37.453 euro. La differenza sale a 17.742 euro, oltre il doppio di quella maturata in vent’anni. Più l’orizzonte è lungo — cioè proprio nei casi in cui l’investimento avrebbe più senso, come la previdenza integrativa — più il costo pesa.

Il costo non è solo la commissione di gestione

Attenzione, però, a non fermarsi al numero in copertina. Il costo complessivo di un investimento in fondi è la somma di più voci, e la commissione di gestione è solo la prima. Ci sono le spese correnti del fondo, che includono anche costi amministrativi e di deposito; le commissioni di performance, che scattano al superamento di un parametro di riferimento e sono spesso costruite in modo asimmetrico; i costi di transazione interni al fondo, che non compaiono nelle spese correnti ma erodono comunque il rendimento; le eventuali commissioni di sottoscrizione o di uscita; e infine i costi applicati dall’intermediario che colloca il prodotto — diritti di custodia, spese di negoziazione, eventuale parcella di consulenza. Il documento informativo di sintesi che ogni prodotto deve consegnare prima della sottoscrizione riporta l’indicatore di costo complessivo su diversi orizzonti temporali: è il numero da cercare, ed è quasi sempre più alto della commissione pubblicizzata. Sul funzionamento di questi documenti abbiamo dedicato una guida specifica a come leggere la documentazione informativa.

Quando il costo alto è giustificato (e quando non lo è)

Sarebbe scorretto concludere che il prodotto più economico sia sempre il migliore. Un costo maggiore ha senso quando compra qualcosa che il prodotto economico non offre: accesso a mercati poco liquidi dove la replica passiva è inefficiente, strategie che richiedono selezione attiva reale, servizi di consulenza e pianificazione che il risparmiatore utilizza davvero. Il criterio è semplice: il costo è giustificato se si sa esattamente cosa si sta comprando in cambio. Non lo è quando si paga l’1,5% l’anno per un fondo che replica sostanzialmente un indice — il fenomeno noto come gestione attiva solo di nome — oppure quando la commissione remunera una rete di collocamento e non una competenza. La verifica pratica è alla portata di tutti: confrontare il rendimento del fondo negli ultimi cinque e dieci anni con quello del suo indice di riferimento, al netto dei costi. Se il fondo è costantemente sotto, il sovrapprezzo sta pagando qualcos’altro. Sul tema di chi paga davvero la consulenza abbiamo pubblicato un’inchiesta dedicata alle retrocessioni.

Tre cose da fare questa settimana

Uno: recuperare il rendiconto annuale dei costi che l’intermediario è tenuto a inviare, dove l’importo è espresso in euro e non in percentuale — l’effetto psicologico della cifra assoluta è molto diverso. Due: sommare tutte le voci, non solo la commissione di gestione, e calcolare l’incidenza sul capitale investito. Tre: confrontare quel numero con l’indicatore di costo complessivo di un fondo indicizzato equivalente, e valutare se la differenza sta comprando qualcosa di identificabile. Non è un esercizio che richiede competenze tecniche: richiede mezz’ora e la volontà di guardare un numero che quasi nessuno guarda.

Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente informativa e divulgativa e non costituiscono consulenza finanziaria né sollecitazione all’investimento. Le simulazioni sono esemplificative e non rappresentano rendimenti garantiti: ogni decisione di investimento resta responsabilità del lettore.


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