Goldman Sachs ha accettato di comprare per un massimo di 2,25 miliardi di dollari una società che gestisce 30 miliardi in diciannove ETF a reddito da opzioni. È una cifra che dice poco finché non si capisce che cosa sono questi fondi e perché una banca d’affari li paga così cari: sono strumenti che rinunciano a una parte del guadagno potenziale per trasformarlo in una cedola mensile.
Nel pacchetto entrano anche prodotti legati a bitcoin ed ether, fra cui un fondo a reddito su bitcoin, una sua versione a leva e uno equivalente su ether. L’operazione dovrebbe chiudersi nel primo trimestre 2027, subordinata alle autorizzazioni, e portare i fondatori e il team dentro la divisione di gestione della banca.
Che cosa sono gli ETF a reddito da opzioni
Il meccanismo di base si chiama covered call e non è nuovo: chi possiede un titolo vende a qualcun altro il diritto di comprarglielo a un prezzo prefissato entro una certa data. Per quel diritto incassa subito un premio. Se il titolo resta sotto quel prezzo, il premio è guadagno netto; se lo supera, il titolo viene ceduto e il guadagno si ferma lì.
Un fondo che ripete questa operazione ogni mese su un intero paniere trasforma la volatilità in flusso di cassa. Ecco perché sul bitcoin questi prodotti rendono cifre appariscenti: più un sottostante oscilla, più valgono le opzioni scritte su di esso, e quindi più alto è il premio incassato. Il rendimento dichiarato non è una cedola di un’obbligazione, è il prezzo di un rischio venduto.
Il conto vero: che cosa si scambia
La simmetria è impietosa e va guardata con un esempio numerico. Su 10.000 euro investiti in un sottostante volatile, una strategia di questo tipo può incassare premi per il 15-20% annuo. Se in dodici mesi il sottostante fa +60%, il fondo si ferma a una frazione di quel rialzo, perché a ogni scadenza il guadagno viene tagliato al prezzo di esercizio. Se invece il sottostante fa −40%, il fondo perde quasi tutto quel 40%, attutito soltanto dai premi incassati.
In sintesi: si rinuncia alla coda destra dei rendimenti e si tiene quasi per intero la coda sinistra. Chi compra questi strumenti per «avere bitcoin con la cedola» sta comprando un profilo di rischio diverso da quello che immagina, e il rendimento distribuito è in parte restituzione del capitale investito.
C’è poi la questione dei costi, che in questa categoria pesano più della media: le commissioni di gestione dei prodotti a opzioni viaggiano in genere ben sopra quelle di un indicizzato tradizionale, e su orizzonti lunghi la differenza si accumula in modo tutt’altro che trascurabile, come mostrano i conti su quanto pesa davvero una commissione su vent’anni.
Perché una banca compra ETF a reddito da opzioni
Con questa acquisizione, sommata a quella recente di un altro gestore specializzato in prodotti a risultato definito, la piattaforma di ETF della banca arriverebbe a circa 130 miliardi di dollari di masse, ottavo posto fra i gestori attivi del settore. È una scorciatoia: costruire da zero una gamma del genere richiederebbe anni e una rete distributiva già disposta a venderla.
Il movimento ha anche un significato di posizionamento. Nel primo trimestre la stessa banca aveva ridotto la propria esposizione dichiarata ai fondi crypto, uscendo da quelli legati a XRP e Solana e alleggerendo bitcoin ed ether, pur restando con oltre 700 milioni di dollari in ETF su bitcoin. Comprare il produttore invece di comprare il prodotto è una scelta diversa: si incassano commissioni dal flusso, chiunque abbia ragione sul prezzo.
Per il risparmiatore europeo la conseguenza pratica è che questi strumenti arriveranno con marchi sempre più riconoscibili e reti di vendita sempre più capillari. Il nome sul prodotto non cambia però la meccanica: prima di leggere il rendimento distribuito come se fosse un interesse, conviene sempre chiedersi che cosa è stato venduto per generarlo.
Contenuti a fini formativi, non consulenza finanziaria.

