Nel documento informativo di molti fondi comuni compare una voce chiamata commissione di performance: una percentuale che il gestore trattiene sul rendimento prodotto oltre una certa soglia. Sembra il più equo dei costi — si paga solo se si guadagna — ed è invece la voce dove la differenza fra due regolamenti scritti in modo diverso vale, sullo stesso rendimento, molte centinaia di euro.
La differenza sta quasi tutta in tre dettagli tecnici: la soglia scelta, la frequenza con cui si calcola e la presenza o meno del meccanismo chiamato high water mark. Vediamoli con i numeri.
Che cos’è l’high water mark
High water mark significa «livello di massima piena»: è il valore più alto mai raggiunto dalla quota del fondo su cui una commissione di performance sia già stata pagata. Finché la quota non torna sopra quel livello, il gestore non incassa nulla, anche se nel frattempo ha prodotto un rendimento positivo.
L’esempio chiarisce tutto. Un fondo parte da 100 e sale a 120: sul guadagno di 20 il gestore trattiene, poniamo, il 20%, cioè 4. Il livello di riferimento sale a 120. L’anno dopo la quota scende a 100: nessuna commissione, ovviamente. Il terzo anno risale a 115. Con l’high water mark il gestore non incassa niente, perché 115 è ancora sotto 120. Senza high water mark, incasserebbe il 20% sui 15 punti recuperati, cioè 3 — pagati dall’investitore che, dopo tre anni, è ancora sotto il valore iniziale al netto della prima commissione.
La soglia e la frequenza: dove si nasconde il costo
Il secondo dettaglio è la soglia oltre la quale scatta il prelievo. Può essere zero, cioè qualunque rendimento positivo; può essere un tasso fisso, per esempio il 3% annuo; oppure può essere un indice di riferimento. Le tre scelte non sono equivalenti. Se il mercato di riferimento guadagna il 12% e il fondo il 10%, con soglia zero il gestore incassa la commissione pur avendo fatto peggio del mercato; con soglia legata all’indice non incassa nulla, come è giusto.
Il terzo dettaglio è la frequenza di calcolo, ed è il più insidioso perché non compare quasi mai nelle sintesi commerciali. Un calcolo trimestrale su un fondo volatile fa pagare i trimestri buoni senza restituire nulla nei trimestri cattivi. Su quattro trimestri di +10%, −8%, +9%, −7% il rendimento annuo è vicino a zero, ma con calcolo trimestrale e senza high water mark la commissione di performance viene prelevata due volte su quattro. Con calcolo annuale, zero.
Come leggere una commissione di performance prima di firmare
Le domande da porsi sono quattro, e le risposte stanno nel regolamento del fondo, non nella scheda promozionale. Qual è la soglia e su che cosa è calcolata? Con quale frequenza si liquida? Esiste un high water mark e, se sì, si azzera dopo un certo periodo? Esiste un tetto massimo annuo alla commissione complessiva?
L’ultimo punto merita attenzione: alcuni regolamenti prevedono che il livello di riferimento decada dopo un numero di anni, tipicamente tre o cinque. È una clausola che riporta il conto a zero e permette al gestore di ricominciare a incassare anche se l’investitore non ha ancora recuperato le perdite precedenti.
Un ordine di grandezza per capire il peso della voce: su un capitale di 50.000 euro investito per dieci anni, una commissione di performance mal congegnata può valere quanto mezzo punto percentuale annuo di costo aggiuntivo. Sembra poco, ma è la stessa aritmetica che rende una differenza di commissioni fra due prodotti apparentemente simili una cifra a quattro zeri sul lungo periodo, come si vede nel confronto su dieci anni di costi su 50.000 euro.
La commissione di performance non è di per sé una voce da evitare: allinea davvero gli interessi quando è calcolata su base annuale, misurata contro un indice di mercato coerente e protetta da un high water mark permanente. Il problema non è la sua esistenza, è che quasi nessuno legge le tre righe di regolamento che ne determinano l’effetto reale sul proprio capitale.
Contenuti a fini formativi, non consulenza finanziaria.

