I mercati emergenti stanno vivendo uno dei momenti più favorevoli dell’ultimo decennio. Valutazioni a sconto rispetto a Wall Street, dollaro in indebolimento, disciplina fiscale superiore a molti Paesi occidentali e una rivoluzione industriale alimentata dal nearshoring. Per gli investitori italiani, ignorare questa asset class nel 2026 significa perdere un treno che ha già iniziato a correre.
Il quadro macro: perché il 2026 è l’anno degli emergenti
Mentre l’Occidente fa i conti con deficit record e tassi ancora elevati, i Paesi emergenti hanno attraversato lo shock post-Covid e la crisi energetica con una disciplina monetaria e fiscale notevole. Il risultato? Bilanci pubblici più sani, inflazione sotto controllo e banche centrali già in fase di taglio dei tassi.
Il forward P/E dei mercati emergenti si attesta a 13,15x, ben al di sotto dei multipli statunitensi. Secondo le analisi di J.P. Morgan, Lazard e LSEG, la confluenza di valutazioni storicamente attraenti, un ambiente macro favorevole e il miglioramento dei fondamentali aziendali crea un caso d’investimento difficile da ignorare.
Un ulteriore catalizzatore è il dollaro debole: storicamente, quando il biglietto verde si indebolisce, i flussi di capitale verso gli emergenti accelerano, spingendo al rialzo sia le valute locali che gli asset finanziari.
Vietnam: la nuova fabbrica del mondo
Il Vietnam è forse la storia più convincente tra gli emergenti nel 2026. Il Paese sta consolidando il suo ruolo di hub manifatturiero globale, con i principali colossi tecnologici — da Apple a Samsung — che hanno completato il trasferimento di linee produttive dalla Cina.
La strategia del friend-shoring (delocalizzazione verso Paesi alleati) favorisce direttamente il Vietnam, che offre costi del lavoro competitivi, una popolazione giovane e istruita, e accordi commerciali con le principali economie mondiali. Il PIL vietnamita cresce stabilmente sopra il 6%, con il settore dell’elettronica che traina le esportazioni.
Per gli investitori, l’esposizione al Vietnam passa principalmente attraverso ETF come il VanEck Vietnam ETF o fondi specializzati sull’ASEAN, dato che il mercato azionario locale resta poco accessibile ai retail stranieri.
India: il gigante che non si ferma
L’India conferma la sua traiettoria di crescita con un PIL previsto al 6,4-6,9% nel 2026, sostenuto dalla domanda interna, dagli investimenti in infrastrutture e dall’espansione dei data center per l’intelligenza artificiale. Nuovi accordi commerciali con Corea del Sud, Canada, Brasile e Unione Europea stanno aprendo ulteriori canali di crescita.
Il mercato azionario indiano scambia tradizionalmente a premio rispetto agli altri emergenti, ma la qualità della crescita giustifica in parte questa valutazione. Il rischio principale resta l’affollamento: il sentiment degli investitori è molto positivo, il che potrebbe amplificare eventuali correzioni.
Brasile e Golfo: rendimento e ciclicità
Il Brasile offre opportunità cicliche e orientate al rendimento. Dopo un 2025 complesso, il Paese sta beneficiando di aggiustamenti fiscali che rendono il mercato locale più attraente per gli investitori internazionali. I tassi reali brasiliani restano tra i più alti al mondo, offrendo carry trade interessanti sul debito locale.
I Paesi del Golfo — Arabia Saudita ed Emirati in testa — continuano la loro diversificazione economica lontano dal petrolio, con mega-progetti infrastrutturali e investimenti massicci in tecnologia e turismo. La stabilità macroeconomica e il surplus fiscale li rendono un porto relativamente sicuro nel panorama emergente.
Come investire: gli strumenti per il portafoglio italiano
ETF diversificati: L’iShares Core MSCI Emerging Markets ETF e il Vanguard FTSE Emerging Markets ETF offrono esposizione ampia con costi contenuti. Per chi vuole sovrappesare l’Asia, l’iShares MSCI EM Asia ETF è un’alternativa mirata.
ETF Paese: Per scommesse più concentrate, esistono ETF dedicati a India (iShares MSCI India), Vietnam (VanEck Vietnam) e Brasile (iShares MSCI Brazil). Questi strumenti amplificano sia i rendimenti che la volatilità.
Debito emergente: I bond in valuta locale offrono rendimenti a doppia cifra in alcuni mercati, con il potenziale aggiuntivo dell’apprezzamento valutario in uno scenario di dollaro debole. Fondi come il PGIM Emerging Market Bond o il PineBridge EM Local Currency Bond sono opzioni da valutare.
I rischi: cosa può andare storto
L’escalation delle tensioni commerciali tra USA e Cina resta il rischio principale. Un ritorno del protezionismo aggressivo potrebbe penalizzare le catene del valore asiatiche. Inoltre, un’inversione del trend del dollaro — per esempio in caso di rialzo dei tassi Fed — drenerebbe rapidamente i flussi verso gli emergenti.
I rischi geopolitici specifici — dal conflitto in Medio Oriente alle tensioni nel Mar Cinese Meridionale — possono generare volatilità improvvisa. La diversificazione geografica resta la migliore protezione.
Il verdetto: allocazione strategica, non tattica
I mercati emergenti nel 2026 non sono una scommessa speculativa ma un’allocazione strategica di portafoglio. Con valutazioni a sconto del 40% rispetto agli USA, fondamentali in miglioramento e un macro-ambiente favorevole, la domanda non è se investire negli emergenti, ma quanto peso dare a questa asset class.
Per l’investitore italiano che ha il portafoglio concentrato su Europa e USA, una finestra di ingresso come questa non si presenta spesso.

