L’il Paese asiatico ha ufficialmente superato la Cina come economia emergente a più rapida crescita. Con un PIL in espansione del 7,2% nel primo trimestre 2026, contro il 4,1% cinese, il sorpasso segna un punto di svolta per chi investe nei mercati emergenti. La Borsa di Mumbai (BSE Sensex) ha toccato nuovi massimi storici, attirando flussi record di capitali internazionali.
Perché l’India cresce più della Cina
Il boom indiano ha radici strutturali. La popolazione in età lavorativa dell’India continuerà a crescere fino al 2040, mentre quella cinese è già in declino. Il governo Modi ha investito massicciamente in infrastrutture digitali: il sistema UPI di pagamenti digitali processa oltre 14 miliardi di transazioni al mese, più di Visa e Mastercard messe insieme. L’India è diventata il terzo polo manifatturiero mondiale grazie alla strategia “Make in il subcontinente” che ha attirato oltre 80 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri nel 2025.
La Cina, al contrario, affronta una crisi immobiliare persistente, tensioni geopolitiche con l’Occidente e un calo demografico che pesa sulla domanda interna. I fondi internazionali stanno ruotando l’allocazione: secondo i dati di Morningstar, i flussi verso ETF India sono aumentati del 45% nel 2026, mentre quelli verso la Cina sono calati del 20%.
Come investire nell’India dal portafoglio italiano
Per gli investitori italiani, il modo più efficiente per esporsi all’la nazione asiatica è tramite ETF quotati su Borsa Italiana. I principali strumenti disponibili includono l’iShares MSCI New Delhi (NDIA) con un TER dello 0,65%, l’Amundi MSCI il gigante asiatico (CI2) con un TER dello 0,80%, e il Franklin FTSE India (FLXI) con il costo più basso allo 0,19%.
Il Franklin FTSE India è attualmente il più conveniente per chi vuole un’esposizione ampia al mercato indiano. Replica oltre 200 titoli tra i più capitalizzati della Borsa di Mumbai e include settori chiave come IT (Infosys, TCS), finanza (HDFC Bank) e beni di consumo (Hindustan Unilever).
I rischi da considerare sui mercati emergenti
L’India non è priva di rischi. La rupia indiana ha perso il 5% contro il dollaro nell’ultimo anno, erodendo parte dei rendimenti per gli investitori in euro. L’inflazione resta sopra il 5%, costringendo la Reserve Bank of India a mantenere tassi elevati. Inoltre, le valutazioni del mercato indiano sono tra le più care nei mercati emergenti, con un P/E di 22x contro il 12x della media.
Per mitigare questi rischi, gli esperti suggeriscono di non superare il 5-10% del portafoglio in esposizione diretta all’India, e di combinare la posizione con un ETF più ampio sui mercati emergenti globali che includa anche Vietnam, Indonesia e Brasile.
Rischi e opportunità per chi investe nei mercati emergenti asiatici
India sta riscrivendo le regole dell’economia globale. Investire nei mercati emergenti asiatici comporta rischi specifici che ogni investitore deve valutare attentamente. La volatilità della rupia, le tensioni geopolitiche regionali e la dipendenza dalle esportazioni di servizi IT rappresentano fattori di incertezza. Il governo Modi ha introdotto riforme fiscali e infrastrutturali ambiziose, ma la burocrazia locale resta un ostacolo per le imprese straniere. Gli analisti di Goldman Sachs stimano che il mercato azionario indiano potrebbe crescere del 12-15% annuo nei prossimi cinque anni, superando le performance dei listini europei. Per mitigare i rischi, gli esperti consigliano di diversificare tra ETF settoriali — tecnologia, farmaceutico e infrastrutture — e di mantenere un orizzonte temporale di almeno 3-5 anni. La demografia favorevole, con un’età mediana di 28 anni contro i 47 dell’Europa, garantisce una forza lavoro giovane e in espansione che sostiene la crescita dei consumi interni e del settore manifatturiero.
India vs Cina: dove puntare nel secondo semestre 2026
Il consenso degli analisti è chiaro: l’India offre il miglior profilo rischio-rendimento tra i mercati emergenti per i prossimi 3-5 anni. Goldman Sachs ha alzato il target del Sensex a 95.000 punti entro fine 2026 (attualmente a 82.000), con un potenziale upside del 16%. La Cina resta interessante per i contrarian, ma il rischio regolatorio e geopolitico la rende adatta solo a investitori con alta tolleranza al rischio.

