Vendere futures sul FTSE MIB per proteggere le azioni: taglie, margini, rolling e costo-opportunità. Quando la copertura

Coprire il portafoglio con i futures: come funziona l’hedging e quando (non) conviene

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Nelle guide precedenti abbiamo visto come funzionano i futures sul FTSE MIB e come operano margini e leva. Oggi rispondiamo alla domanda che dà senso a tutto il resto: i futures possono servire a proteggere un portafoglio, invece che a speculare? La risposta è sì — si chiama copertura, o hedging — ma con condizioni precise, costi reali e almeno un caso in cui è quasi sempre una cattiva idea.

L’idea: assicurarsi vendendo ciò che non si possiede

Chi ha un portafoglio di azioni italiane teme i ribassi dell’indice. Vendendo un future sul FTSE MIB si assume una posizione che guadagna quando l’indice scende: se il mercato cala, la perdita sui titoli è compensata (in tutto o in parte) dal profitto sul future. È lo stesso principio di un’assicurazione: si paga un costo certo e contenuto per neutralizzare un rischio grande. La taglia si calcola dal controvalore: con l’indice a 40.000 punti, un contratto standard (2,5 euro a punto) copre circa 100.000 euro di esposizione, un mini (1 euro a punto) circa 40.000. Chi ha 80.000 euro di azioni italiane copre l’esposizione con due mini — senza vendere un solo titolo.

Quando ha senso (e cosa costa davvero)

La copertura ha senso quando c’è un rischio definito nel tempo: un evento macro in arrivo, una concentrazione temporanea che non si può smontare (vincoli fiscali, lock-up, PIR), la volontà di attraversare una fase turbolenta senza liquidare posizioni costruite in anni. I costi sono tre. Il margine: il capitale bloccato in garanzia, con il rischio di margin call se il mercato sale. Il rolling: i futures scadono ogni trimestre e la posizione va rinnovata, pagando lo spread e la forma della curva — il contango o backwardation di cui abbiamo già parlato. E soprattutto il costo-opportunità: un portafoglio coperto al 100% non partecipa ai rialzi. La copertura totale permanente equivale a essere usciti dal mercato pagando commissioni per restarci formalmente dentro: è il caso in cui l’hedging è quasi sempre una cattiva idea.

I limiti che nessuno racconta

Primo: il tracking. Se il portafoglio non replica l’indice — pochi titoli, settori concentrati — la copertura con il future sull’indice è imperfetta: si chiama basis risk, e può lasciare scoperta proprio la parte che scende di più. Secondo: la disciplina. Una copertura va aperta prima della tempesta e chiusa secondo un piano; aperta dopo il crollo, cristallizza la perdita e basta. Terzo: la fiscalità dei derivati (redditi diversi, compensazioni con minusvalenze) ha regole proprie che vanno conosciute prima, non dopo. Per un piccolo portafoglio, spesso l’alternativa semplice — ridurre l’esposizione, tenere più liquidità — ottiene lo stesso risultato con meno complessità: le differenze tra gli strumenti le abbiamo confrontate nella guida su futures, CFD e opzioni.

In sintesi

L’hedging con i futures è un attrezzo professionale che anche un risparmiatore evoluto può usare, a tre condizioni: un rischio specifico e limitato nel tempo, una taglia calcolata sul controvalore reale, e la consapevolezza che protezione significa rinunciare a una parte dei rialzi. Se una di queste condizioni manca, la copertura migliore resta la più antica: dimensionare le posizioni in modo da poter dormire anche quando il mercato scende.

Quanto letto ha finalità esclusivamente informativa e formativa: non è consulenza finanziaria né sollecitazione all’investimento, e ogni decisione resta responsabilità di chi la prende.


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