Copertina RendimentoFinanza — Chi decide se un Paese è emergente: come funziona la classificazione degli indici (e perché sposta miliardi)

Chi decide se un Paese è emergente: come funziona la classificazione degli indici (e perché sposta miliardi)

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La classificazione degli indici è una di quelle infrastrutture invisibili che spostano più capitale di molte decisioni politiche. Quando un fornitore di indici decide che un Paese passa da «di frontiera» a «emergente», o da «emergente» a «sviluppato», centinaia di fondi in tutto il mondo sono obbligati a comprare o a vendere quel mercato. Non perché lo desiderino: perché il loro mandato lo impone.

Chi decide, e con quali criteri

I fornitori di indici sono poche società private. Ognuna ha la propria metodologia, ma i criteri si somigliano e si articolano su tre livelli. Il primo è lo sviluppo economico: reddito pro capite e stabilità macroeconomica, che pesa soprattutto nel passaggio a «sviluppato». Il secondo è la dimensione e la liquidità: quante società superano determinate soglie di capitalizzazione e di scambi quotidiani.

Il terzo, quello che blocca più candidature, è l’accessibilità per l’investitore estero: apertura al capitale straniero, facilità di aprire un conto, libera convertibilità della valuta, efficienza del regolamento delle operazioni, disponibilità di strumenti di copertura e — dettaglio decisivo — assenza di ostacoli al rimpatrio dei capitali. Un Paese può essere ricco e avere una borsa grande, e restare fuori perché portare via i soldi è complicato.

Perché una riclassificazione sposta miliardi

Il motivo è meccanico. Enormi masse di risparmio sono investite in prodotti che replicano un indice: quando la composizione cambia, quei prodotti devono adeguarsi entro una data stabilita, comprando ciò che entra e vendendo ciò che esce. È un flusso che non dipende dalle valutazioni, dagli utili o dalle prospettive: è un obbligo contrattuale.

Da qui una dinamica ricorrente. Il mercato tende a salire fra l’annuncio e l’esecuzione, perché gli operatori attivi si posizionano in anticipo su quello che i passivi dovranno comprare. E tende a comportarsi in modo deludente nei mesi successivi, quando il flusso obbligato si è esaurito e restano le valutazioni, che nel frattempo sono salite. Chi arriva alla notizia quando la legge sui giornali arriva quasi sempre tardi.

Il paradosso della promozione

C’è un effetto contro-intuitivo che vale la pena conoscere. Passare da «emergente» a «sviluppato» sembra una promozione, e sul piano reputazionale lo è. Sul piano dei flussi può essere l’opposto: nel paniere degli emergenti un Paese medio pesa parecchio ed è ben visibile; in quello dei mercati sviluppati, dominato dalle grandi economie, lo stesso Paese diventa una frazione di punto percentuale. Il risultato netto può essere una riduzione della domanda strutturale, non un aumento.

Vale anche il contrario: una retrocessione da emergente a frontiera è un evento raro e traumatico, che costringe a vendite forzate in mercati diventati per definizione poco liquidi — cioè nel momento peggiore per uscire. È uno dei rischi meno considerati fra quelli descritti a proposito dei mercati di frontiera.

Come funziona il calendario

La procedura è lenta e pubblica, ed è questa la parte utile per chi investe. Un Paese viene prima messo in «lista di osservazione», poi valutato annualmente; se i criteri sono soddisfatti arriva l’annuncio, e solo dopo dodici o più mesi l’esecuzione effettiva. Fra annuncio e ingresso passa quindi molto tempo, durante il quale tutto è già noto.

Questo significa che non esiste alcun vantaggio informativo: le liste di osservazione sono consultabili da chiunque. Il vantaggio, semmai, sta nel non farsi trascinare dall’entusiasmo del titolo di giornale e nel valutare il mercato per quello che è, con gli stessi criteri che si userebbero altrove — a partire da come si misura il rischio politico.

Cosa farsene, in pratica

Tre indicazioni operative. La prima: prima di comprare un prodotto sui mercati emergenti, guardare quale indice replica, perché fornitori diversi classificano lo stesso Paese in modo diverso e due prodotti dal nome identico possono contenere mercati differenti. La seconda: diffidare dell’idea che una riclassificazione sia di per sé una tesi d’investimento; è un flusso, e i flussi finiscono, come ricordato parlando della lettura corretta della raccolta.

La terza: se un Paese in cui si è investiti entra in lista di osservazione per una retrocessione, è il momento di rivedere la posizione, non di aspettare l’annuncio. Le vendite forzate hanno sempre lo stesso difetto: avvengono tutte insieme.

Contenuti a fini informativi e formativi. Non costituiscono consigli finanziari né sollecitazione all’investimento: ogni decisione resta sotto la responsabilità del lettore.

 


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