È l’unico prestito che in Italia si concede quasi a chiunque abbia una busta paga o una pensione, anche con segnalazioni negative alle spalle: la cessione del quinto. Il nome dice già la regola — la rata non può superare un quinto dello stipendio o della pensione netti — ma dietro la semplicità dello schema si nasconde uno dei prodotti di credito più cari e più venduti del mercato italiano, spesso proposto proprio a chi ha meno alternative e meno strumenti per valutarlo. Vale la pena smontarlo pezzo per pezzo: come funziona, quanto costa davvero, quando conviene e quando è una trappola che si rinnova da sola.
Come funziona: la garanzia sei tu
La cessione del quinto è un prestito personale a rata costante, con durata fino a dieci anni, riservato a lavoratori dipendenti — pubblici e privati — e pensionati. La differenza rispetto a ogni altro prestito sta nel rimborso: la rata non la versi tu, la trattiene direttamente il datore di lavoro (o l’ente pensionistico) dalla busta paga, girandola alla finanziaria. È questo il motivo per cui l’accesso è così facile: la banca non sta scommettendo sulla tua disciplina di pagamento, sta comprando un pezzo del tuo stipendio alla fonte. Per legge il prestito è assistito da un’assicurazione obbligatoria contro il rischio vita e, per i dipendenti privati, contro la perdita dell’impiego: se il lavoratore muore o perde il lavoro, la compagnia copre il debito residuo (rivalendosi, nel secondo caso, sul TFR maturato). Ed è proprio nel combinato di durata lunga, polizza obbligatoria e collocamento tramite reti di agenti che il costo si annida.
Quanto costa davvero: guardare solo il TAEG
Il costo vero della cessione del quinto non è il tasso pubblicizzato ma il TAEG, che ingloba interessi, commissioni di intermediazione, spese di istruttoria e premio assicurativo. Ed è qui che il prodotto mostra il suo carattere: i TAEG effettivi si collocano stabilmente diversi punti sopra quelli dei prestiti personali ordinari a parità di importo, con punte severe sugli importi piccoli e sulle durate lunghe. Il riferimento oggettivo esiste e pochi lo usano: i tassi soglia antiusura pubblicati trimestralmente dalla Banca d’Italia, che per la cessione del quinto sono storicamente tra i più alti di tutte le categorie di credito — un’ammissione implicita di quanto il mercato pratichi prezzi elevati. La regola operativa è una sola: mai firmare guardando la rata («soli 150 euro al mese» su dieci anni possono nascondere migliaia di euro di costi), sempre farsi consegnare il TAEG e confrontarlo con almeno due preventivi alternativi, compreso un prestito personale ordinario se il proprio merito creditizio lo consente. Lo stesso principio che abbiamo visto all’opera con le polizze abbinate ai finanziamenti: il costo si sposta dove il cliente non guarda.
La trappola del rinnovo: il debito che non finisce mai
Il meccanismo commercialmente più insidioso è il rinnovo. La legge consente di rinegoziare la cessione dopo che è stato rimborsato almeno il 40% del piano: a quel punto l’agente richiama il cliente, propone «nuova liquidità» e accende un nuovo decennio di trattenute, con nuove commissioni e una nuova polizza. Ripetuto due o tre volte, il giro trasforma un prestito in una condizione permanente: c’è chi arriva alla pensione avendo ceduto il quinto per trent’anni consecutivi. A mitigare il danno c’è un diritto che vale denaro contante: in caso di estinzione anticipata o rinnovo, il cliente ha diritto alla restituzione di tutti i costi non maturati — quota di commissioni e di premio assicurativo per gli anni non goduti — secondo il principio sancito dalla giurisprudenza europea e ormai recepito dalla Banca d’Italia. Le finanziarie non lo ricordano spontaneamente: va chiesto, per iscritto, ogni volta.
Quando conviene (e le alternative da esaurire prima)
Detto tutto il male possibile, la cessione del quinto ha un suo perimetro di sensatezza: per chi ha segnalazioni creditizie che chiudono la porta dei prestiti ordinari, per i pensionati cui molte banche non concedono altro, per chi ha bisogno di consolidare debiti più cari — tipicamente rate accumulate e credito al consumo — in un’unica rata sostenibile e a tasso comunque inferiore. In questi casi è uno strumento, non una trappola: purché si confrontino più preventivi (i divari tra operatori sul medesimo profilo sono enormi), si scelga la durata più corta sostenibile e si tenga a mente il diritto al rimborso dei costi in caso di estinzione. Per tutti gli altri, la gerarchia resta quella classica: prima il fondo di emergenza che evita di indebitarsi, poi il prestito ordinario a TAEG più basso, e la cessione del quinto solo come ultima porta — da aprire con il preventivo in una mano e la calcolatrice nell’altra.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente divulgativa e non costituiscono consigli finanziari. Ogni decisione resta sotto la responsabilità del lettore.

