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L’occupazione americana perde 23.000 posti: che cosa può cambiare sui tassi

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A luglio l’occupazione americana ha perso 23.000 posti di lavoro. Gli analisti ne attendevano 85.000 in più, e anche i mesi precedenti sono stati rivisti al ribasso: giugno si era chiuso con 57.000 nuovi occupati, un numero già modesto. È il primo dato negativo dopo una lunga serie di letture deboli ma positive, e arriva tre giorni prima della pubblicazione dell’inflazione, attesa per mercoledì. Per capire che cosa può cambiare — sui tassi, sui rendimenti e su chi ha un mutuo o dei risparmi — conviene partire da come si legge un dato del genere.

Che cosa misura davvero il dato sull’occupazione

Il numero che fa i titoli è la variazione netta dei posti di lavoro alle dipendenze fuori dall’agricoltura: non il numero di assunzioni, ma la differenza fra chi entra e chi esce. Un saldo di meno 23.000 non significa che 23.000 persone hanno perso il lavoro: significa che le assunzioni sono state inferiori alle cessazioni di quella cifra, in un’economia che ogni mese ne muove milioni in entrambe le direzioni.

Va poi tenuto conto di due caratteristiche tecniche che spiegano perché conviene diffidare del singolo mese. La prima è che il dato nasce da un campione e viene rivisto due volte nei mesi successivi, spesso in misura maggiore della sorpresa iniziale. La seconda è la destagionalizzazione: luglio è un mese con forti movimenti stagionali, e la correzione statistica può amplificare o attenuare il segnale. Per questo gli operatori guardano la media a tre mesi, non la singola lettura.

Perché un dato brutto sul lavoro può piacere ai mercati

È il paradosso che disorienta chi si affaccia ai mercati per la prima volta, e ha una spiegazione precisa. La banca centrale americana ha un doppio mandato: la stabilità dei prezzi e la massima occupazione. Quando l’inflazione è sopra l’obiettivo, la banca centrale tiene i tassi alti per raffreddare la domanda; ma se il mercato del lavoro si indebolisce troppo, la seconda parte del mandato entra in conflitto con la prima.

Un dato debole sull’occupazione aumenta quindi la probabilità che i tassi vengano ridotti, e tassi più bassi sostengono i prezzi delle attività finanziarie per due vie: rendono meno attraente tenere liquidità e riducono il tasso con cui si attualizzano gli utili futuri delle imprese. Da qui l’apparente controsenso di listini che salgono su una notizia economica negativa. Il meccanismo, però, funziona solo finché il rallentamento resta ordinato: se i dati peggiorano al punto da far temere una recessione vera, l’effetto si rovescia e prevale la paura sugli utili.

L’appuntamento di mercoledì è quello che conta

Il dato sull’inflazione al consumo è il pezzo mancante. Se i prezzi risultassero in rallentamento, i due lati del mandato punterebbero nella stessa direzione e la strada per una riduzione dei tassi sarebbe libera. Se invece l’inflazione restasse elevata mentre l’occupazione arretra, la banca centrale si troverebbe nella condizione più scomoda possibile: nessuna delle due mosse risolverebbe metà del problema senza aggravare l’altra.

Nel leggere il numero conviene ricordare che l’indice generale e quello depurato dalle componenti più volatili possono raccontare storie diverse, e che il peso delle singole voci cambia il risultato molto più di quanto si immagini: è il motivo per cui abbiamo dedicato un approfondimento a come si costruisce il paniere e come si assegnano i pesi.

Che cosa cambia per chi risparmia in Italia

La domanda pratica è legittima: perché un risparmiatore italiano dovrebbe interessarsi al mercato del lavoro americano? Perché la politica monetaria statunitense fissa il riferimento dei tassi globali, e da lì il contagio è meccanico su almeno quattro fronti.

Il primo sono i rendimenti obbligazionari: quando scendono le attese sui tassi americani, i titoli di Stato europei tendono a seguire, e i prezzi di quelli già in portafoglio salgono. Il secondo sono i conti deposito e i prodotti a breve, i cui rendimenti si comprimono con un ritardo di qualche settimana. Il terzo è il cambio: tassi americani più bassi indeboliscono il dollaro, il che riduce il valore in euro degli investimenti esposti alla valuta americana ma alleggerisce il costo delle materie prime. Il quarto sono i mutui a tasso variabile, agganciati ai parametri europei che si muovono nella stessa direzione con uno sfasamento.

Va aggiunto che il canale del cambio agisce anche sulla performance degli investimenti internazionali in modo spesso sottovalutato: è la stessa dinamica che spiega buona parte del divario storico che abbiamo analizzato mettendo a confronto i rendimenti della borsa europea e di quella americana, e che si intreccia con il ruolo del dollaro come valuta di riserva.

Che cosa non fare

Tre errori ricorrenti, in ordine di frequenza. Il primo è riposizionare il portafoglio su un singolo dato macroeconomico: le revisioni successive ne cambiano il segno abbastanza spesso da rendere la mossa un puro costo di transazione. Il secondo è confondere la direzione con l’intensità — che i tassi scendano è una cosa, di quanto e in quanto tempo è un’altra, e il secondo aspetto conta molto di più per il valore di un’obbligazione a lunga scadenza.

Il terzo è dare per scontato che il mercato non abbia già incorporato l’informazione. Nel momento in cui un dato viene pubblicato, i prezzi si sono già mossi sulle attese: quello che sposta i mercati non è il numero, ma la differenza fra il numero e ciò che si aspettavano. È il motivo per cui una lettura in miglioramento può far scendere i listini, se il miglioramento è inferiore a quello sperato. La stessa disciplina di lettura vale per i dati aziendali, dove le rivalutazioni contabili possono gonfiare o affossare un bilancio senza che nulla sia realmente cambiato.

Il calendario, per chi vuole seguirlo: l’inflazione mercoledì, poi le settimane che separano dalla riunione di settembre, durante le quali ogni dato verrà letto come indizio. Per un piano di investimento costruito su un orizzonte di anni, tuttavia, il contributo informativo di tutto questo è modesto. Serve a capire il contesto, non a cambiare rotta.

Contenuti a fini informativi e formativi. Non costituiscono consigli finanziari né sollecitazione all’investimento: ogni decisione resta sotto la responsabilità del lettore.


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