Il dollaro come valuta di riserva è il privilegio economico più discusso e meno compreso del sistema finanziario. Circa sei decimi delle riserve valutarie mondiali sono in dollari, la maggior parte delle materie prime si prezza in dollari, e gran parte del commercio internazionale si regola in dollari anche quando nessuno dei due paesi coinvolti è gli Stati Uniti. Da anni si annuncia la fine di questo assetto. Vale la pena capire come funziona davvero, perché riguarda anche il portafoglio di un risparmiatore italiano che non ha mai comprato un titolo americano.
Perché il dollaro è valuta di riserva
Non per decreto, ma per una combinazione di caratteristiche che nessun’altra valuta possiede simultaneamente. Serve un mercato del debito enorme e liquido dove parcheggiare le riserve — quello dei titoli di Stato americani lo è, di gran lunga più di qualunque alternativa. Serve la libertà di movimento dei capitali, cioè la certezza di poter entrare e uscire in qualsiasi momento. Servono istituzioni e tribunali che facciano rispettare i contratti in modo prevedibile. E serve l’effetto rete: si usa il dollaro perché lo usano tutti gli altri, esattamente come si parla inglese negli affari internazionali.
I vantaggi, e il prezzo da pagare
Il beneficio più citato è il costo del debito: una domanda strutturale per i propri titoli permette agli Stati Uniti di finanziarsi a tassi più bassi di quanto i loro conti pubblici giustificherebbero. Meno noto è il costo. Una valuta strutturalmente domandata tende a essere più forte di quanto servirebbe all’industria nazionale, il che penalizza le esportazioni e favorisce le importazioni — uno dei motori storici della deindustrializzazione americana. Gli economisti chiamano dilemma di Triffin la contraddizione di fondo: per fornire al mondo la liquidità di cui ha bisogno, il paese emittente deve esportare la propria valuta, cioè accumulare deficit, che alla lunga minano la fiducia nella valuta stessa.
La de-dollarizzazione esiste davvero?
In parte, e con tempi lunghissimi. La quota del dollaro nelle riserve mondiali è scesa in modo graduale nell’arco di due decenni, ma il posto non è stato preso da un’altra valuta: si è distribuito su un insieme di divise minori e, soprattutto, sull’oro, che le banche centrali stanno accumulando a ritmi record — le ragioni le abbiamo analizzate spiegando perché le banche centrali comprano oro. Il motivo è più politico che economico: l’uso delle sanzioni finanziarie ha mostrato che le riserve in dollari possono essere congelate, e diversi paesi hanno tratto le conseguenze. Ma tra il ridurre l’esposizione e il sostituire il sistema c’è una distanza enorme: nessuna alternativa offre oggi profondità di mercato e libertà di movimento comparabili.
Cosa significa per il risparmiatore in euro
Tre implicazioni concrete. La prima: chi possiede un fondo azionario globale ha già un’esposizione al dollaro superiore al 60%, spesso senza saperlo — il rendimento in euro dipende quindi tanto dai mercati quanto dal cambio. La seconda: un dollaro forte tende a mettere sotto pressione i paesi emergenti indebitati in quella valuta e le materie prime, con effetti che si propagano ben oltre gli Stati Uniti. La terza: le fasi di stretta della liquidità del sistema americano si trasmettono al mondo intero proprio attraverso questo canale — è il senso della vecchia battuta secondo cui il dollaro è la valuta degli Stati Uniti ma il problema di tutti gli altri. Non serve prendere posizione sul cambio: serve sapere che, se si investe globalmente, quella posizione la si ha comunque.
Contenuti a fini formativi e divulgativi: non costituiscono consigli finanziari. Ogni decisione di investimento resta sotto la responsabilità del lettore.

