fair value

Le perdite che non sono perdite: come funziona il fair value e perché gonfia (o affossa) i bilanci

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Il fair value è la regola contabile che obbliga un’azienda a iscrivere in bilancio alcuni beni al loro valore di mercato, invece che al prezzo pagato per comprarli. Sembra un tecnicismo per addetti ai lavori, ed è invece la ragione per cui negli ultimi anni molte società hanno annunciato perdite trimestrali da centinaia di milioni senza aver venduto nulla e senza che il loro mestiere andasse male. Capire come funziona serve a non farsi impressionare dai titoli — e a riconoscere i casi in cui invece bisogna preoccuparsi davvero.

Fair value contro costo storico

Per gran parte della storia della contabilità ha dominato il criterio del costo storico: un bene entra in bilancio al prezzo pagato e ci resta, salvo perdite durevoli. È un criterio prudente e stabile, ma ha un difetto: se un bene vale oggi il triplo o un terzo, il bilancio non lo dice.

Il fair value fa l’opposto: fotografa il valore alla data di chiusura. Guadagna in aderenza alla realtà e perde in stabilità, perché trasferisce la volatilità del mercato dentro il conto economico. La stessa azienda, con la stessa attività e gli stessi clienti, può chiudere un trimestre in utile e il successivo in perdita solo perché è cambiato il prezzo di qualcosa che possiede e che non ha alcuna intenzione di vendere.

Le perdite che non sono perdite

Da qui la distinzione fondamentale per chi legge un bilancio: risultato realizzato e risultato non realizzato. Il primo nasce da una transazione avvenuta — ho venduto, ho incassato, la differenza è mia. Il secondo nasce da una rivalutazione — non ho fatto nulla, è cambiato il prezzo.

Entrambi finiscono nell’utile netto, ma solo il primo ha toccato la cassa. È per questo che l’indicatore da cercare, in questi casi, non è l’utile netto ma il flusso di cassa operativo: dice se l’azienda sta generando denaro con la propria attività, indipendentemente da come il mercato ha prezzato le sue attività finanziarie in un dato giorno.

Il caso più frequente oggi

Il fenomeno è diventato visibile con le società che detengono asset digitali in tesoreria, ma non è affatto limitato a loro. Riguarda le compagnie assicurative che valutano i portafogli titoli, le banche per una parte dell’attivo, le società immobiliari che rivalutano gli immobili, le utility che contabilizzano i contratti sull’energia. Ogni volta che un bene ha un mercato attivo e osservabile, la contabilità moderna tende a chiedere che venga iscritto a quel valore.

Il punto delicato è che la regola è simmetrica solo in apparenza. Nelle fasi di rialzo produce utili contabili che gonfiano gli indicatori e rendono i titoli otticamente più economici; nelle fasi di ribasso produce perdite che spaventano. In entrambi i casi, il mestiere dell’azienda è rimasto lo stesso.

I tre livelli del fair value

C’è un dettaglio che vale la pena conoscere, perché separa le valutazioni affidabili da quelle discutibili. I principi contabili distinguono tre livelli. Il primo usa prezzi quotati su mercati attivi per beni identici: è il più solido, e non lascia margini di discrezionalità. Il secondo usa prezzi osservabili per beni simili o modelli alimentati da dati di mercato. Il terzo usa modelli interni con parametri non osservabili, cioè stime dell’azienda.

Le note al bilancio indicano quanta parte delle attività valutate al fair value ricade in ciascun livello. Una quota elevata di terzo livello è un segnale che merita attenzione: significa che una parte del patrimonio vale quello che l’azienda dichiara, senza che nessun mercato lo confermi.

Come leggere un bilancio così

Quattro passaggi. Primo: separare il risultato operativo dal risultato complessivo, cercando la riga che isola le rivalutazioni. Secondo: guardare il flusso di cassa operativo, che non risente delle rivalutazioni. Terzo: verificare la composizione per livelli, nelle note. Quarto: capire se l’azienda ha vincoli — covenant bancari, requisiti patrimoniali — legati a indicatori che il fair value può far oscillare, perché in quel caso una perdita contabile diventa un problema molto concreto.

Vale anche l’avvertenza opposta, che è la più trascurata: quando i titoli parlano di utili record grazie a rivalutazioni, quegli utili non pagheranno dividendi. È la stessa disciplina con cui abbiamo suggerito di leggere i documenti informativi di un prodotto e i dati di raccolta dei fondi: il numero grande in copertina è quasi sempre quello meno informativo.

Contenuti a fini informativi e formativi. Non costituiscono consigli finanziari né sollecitazione all’investimento: ogni decisione resta sotto la responsabilità del lettore.


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