La grande fuga dalla Cina: dove stanno andando i capitali dei mercati emergenti

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I mercati emergenti stanno vivendo una rotazione storica dei flussi di capitale nel 2026. La grande fuga dalla Cina verso altri mercati emergenti si è rivelata più marcata del previsto. I numeri parlano chiaro — gli ETF che escludono la Cina stanno surclassando quelli tradizionali con un margine senza precedenti.

I numeri della rotazione

L’iShares MSCI Emerging Markets ex China ETF (EMXC) è in rialzo del 29% da inizio anno e del 58% negli ultimi dodici mesi, con un patrimonio gestito che ha raggiunto circa 22 miliardi di dollari. Performance simili per l’Columbia EM Core ex-China ETF (XCEM), in crescita del 27% nel 2026.

Per confronto, il QEMM di SPDR, un ETF fattoriale che mantiene una quota di esposizione alla Cina, segna “solo” un +19% da inizio anno. Quel gap di 10 punti percentuali illustra quanto del rally emergente sia arrivato da paesi diversi dalla Cina.

L’iShares MSCI Emerging Markets ETF (EEM), che include la Cina, è comunque in rialzo del 23%, a dimostrazione che il rally emergente è ampio, ma chi ha escluso Pechino ha fatto meglio.

Perché gli investitori escono dalla Cina

Le ragioni della rotazione sono molteplici e strutturali. L’imprevedibilità regolamentare rimane una preoccupazione costante: le improvvise strette su settori come il tech, l’istruzione e il gaming negli anni passati hanno lasciato cicatrici profonde nella fiducia degli investitori istituzionali.

Le tensioni geopolitiche su Taiwan aggiungono un premio al rischio che molti gestori non sono più disposti a pagare. E c’è una questione di fondo più profonda: la crescita del PIL cinese — prevista appena sotto il 5% nel 2026 — non si traduce necessariamente in rendimenti per gli azionisti, con il settore immobiliare che continua a pesare sulla domanda interna.

Dove vanno i capitali

I flussi in uscita dalla Cina si stanno concentrando su cinque destinazioni principali.

Taiwan pesa circa il 30% degli ETF ex-China, trainata dal dominio nella produzione di semiconduttori avanzati. TSMC resta il pilastro dell’esposizione emergente per molti portafogli globali.

Corea del Sud rappresenta circa il 21% degli indici ex-China. Il boom dei chip legato all’intelligenza artificiale ha spinto il KOSPI a livelli record, nonostante la crisi energetica di Hormuz.

India, con un peso del 17% negli ETF ex-China, offre una storia di crescita strutturale nonostante le difficoltà congiunturali legate allo shock petrolifero. Il PIL al 6,4% resta tra i più alti al mondo, e molti analisti — tra cui J.P. Morgan — mantengono un outlook positivo di medio termine.

Brasile e Sud-Est asiatico completano il quadro. Il Brasile beneficia del rally delle materie prime e di rendimenti obbligazionari elevati, mentre Vietnam, Indonesia e Thailandia attraggono capitali grazie alla diversificazione delle catene di approvvigionamento globali.

Le previsioni degli analisti

Le stime di consenso prevedono una crescita degli utili per le azioni dei mercati emergenti del 17% nel 2026, in miglioramento rispetto al 12-14% stimato per il 2025. J.P. Morgan mantiene un giudizio costruttivo su Corea, India e Brasile.

PineBridge Investments sottolinea che i fondamentali del debito emergente restano solidi, con molti paesi in grado di assorbire gli shock energetici meglio che nelle crisi precedenti, grazie a riserve valutarie più robuste e politiche monetarie più disciplinate.

Come posizionarsi

Per gli investitori che vogliono cavalcare la rotazione, le opzioni principali includono gli ETF ex-China come EMXC e XCEM per un’esposizione ampia, oppure ETF specifici per paese per puntare su singole storie di crescita.

La diversificazione resta fondamentale: il 2026 ha dimostrato che le performance tra mercati emergenti possono divergere in modo estremo — da un -11,6% dell’India a un +50% della Corea del Sud. La chiave è la selezione attiva, non l’esposizione indiscriminata alla classe d’attivo.


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