I finfluencer — i divulgatori finanziari nati sui social — sono diventati per milioni di risparmiatori la prima e a volte unica fonte di informazione sugli investimenti. Il fenomeno ha un lato utile: contenuti gratuiti, linguaggio accessibile, argomenti che la scuola non insegna. E ne ha uno pericoloso, che questa inchiesta prova a delimitare: dietro una parte di quei contenuti c’è un modello di ricavo che il pubblico non vede, e in alcuni casi un’attività che sconfina in ciò che la legge riserva a soggetti autorizzati.
Come guadagnano davvero i finfluencer
Quattro fonti, in ordine di trasparenza decrescente. La pubblicità della piattaforma, legata alle visualizzazioni: è la più innocua, perché non lega il contenuto a un prodotto specifico. Le sponsorizzazioni di intermediari, che pagano per essere citati: legittime se dichiarate, e la legge impone che lo siano. I programmi di affiliazione, in cui il creatore riceve una quota delle commissioni generate dagli utenti che si registrano con il suo link: qui l’incentivo si sposta silenziosamente dal contenuto migliore al broker che paga di più, spesso quelli con strumenti a leva e costi elevati. Infine i prodotti propri: corsi, canali privati a pagamento, gruppi di «segnali». È il segmento dove si concentrano i problemi.
Il confine con l’abusivismo
La distinzione giuridica è più netta di quanto sembri. Spiegare come funziona uno strumento, commentare un dato macroeconomico, illustrare un metodo: è informazione, ed è libera. Indicare a una persona quale titolo comprare o vendere, tenendo conto della sua situazione, è consulenza in materia di investimenti, un’attività riservata a soggetti iscritti negli albi e vigilati. Fornire raccomandazioni al pubblico senza dichiarare i propri conflitti d’interesse viola le regole sugli abusi di mercato — e vendere «segnali operativi» a pagamento è, nella sostanza, consulenza mascherata. Le autorità di vigilanza italiane ed europee hanno intensificato gli interventi, con oscuramenti di siti e richiami pubblici, ma la velocità dei social resta superiore a quella dei procedimenti.
I sette segnali d’allarme
Uno: promesse di rendimento, in qualsiasi forma — nessuno può prometterlo, e chi lo fa sta violando la legge prima ancora che il buon senso. Due: ostentazione di ricchezza come argomento di credibilità. Tre: urgenza artificiale, posti limitati, offerte che scadono stasera. Quattro: nessuna menzione dei rischi o delle perdite. Cinque: link di affiliazione non dichiarati verso piattaforme di strumenti a leva. Sei: rifiuto di mostrare risultati verificabili e completi, comprese le operazioni chiuse in perdita. Sette: assenza di qualunque riferimento verificabile su chi sia davvero la persona e su quali autorizzazioni possieda. Vale anche il contrario: chi mostra i costi, ammette gli errori e ricorda che non sta dando consigli personalizzati sta facendo il suo mestiere onestamente.
Le verifiche che chiunque può fare
Due controlli, entrambi gratuiti e rapidi. Il primo: se la persona si presenta come consulente, cercarla negli albi ufficiali dei consulenti finanziari; se propone una piattaforma, verificare che l’intermediario sia autorizzato negli elenchi delle autorità di vigilanza — la stessa procedura descritta parlando di broker non autorizzati. Il secondo: cercare il nome insieme alla parola «reclamo» o «segnalazione», per vedere se esistono provvedimenti pubblici. Un’ultima raccomandazione di metodo: nessun contenuto sui social, per quanto ben fatto, conosce la vostra situazione. Le informazioni utili sono quelle che vi rendono capaci di decidere da soli — a partire dalla lettura dei documenti obbligatori, dove i costi e i rischi sono scritti per legge.
Contenuti a fini formativi e divulgativi: non costituiscono consigli finanziari. Ogni decisione di investimento resta sotto la responsabilità del lettore.

