Ogni giorno di borsa aperta, il contratto derivato più importante d’Italia scambia migliaia di volte senza che la maggior parte dei risparmiatori ne conosca nemmeno il nome. È il FIB, il future sull’indice FTSE MIB: lo strumento con cui istituzionali, tesorerie e trader professionali comprano o vendono «tutta la borsa italiana» in un click. Capire come funziona — anche senza volerlo mai negoziare — significa capire chi muove davvero i prezzi che leggete la sera nei titoli, e perché certi movimenti dell’indice nascono sul derivato prima che sulle azioni.
Che cosa si compra, esattamente
Un future sull’indice è un contratto a termine standardizzato: le due parti si impegnano a regolare, a una scadenza prefissata, la differenza tra il valore dell’indice al momento dell’acquisto e quello alla scadenza. Non si consegna nulla di fisico — è un regolamento per contanti. La dimensione del contratto si calcola con il moltiplicatore: per il FIB vale 5 euro per punto indice, quindi con il FTSE MIB a 34.000 punti un singolo contratto controlla un valore nozionale di 170.000 euro. Il fratello minore, il MiniFIB, ha moltiplicatore 1 euro (34.000 euro di nozionale nell’esempio), e per i tagli ancora più piccoli esistono i micro contratti da 0,1. Le scadenze sono trimestrali — marzo, giugno, settembre, dicembre — e la gran parte dell’attività si concentra sulla prima scadenza disponibile, con il rito del rollover a ogni cambio trimestre.
Margini e leva: dove il gioco si fa serio
Nessuno versa i 170.000 euro del nozionale. Per aprire la posizione si deposita il margine iniziale — una frazione del valore, tipicamente nell’ordine del 10-15%, fissata dalla cassa di compensazione e rivista con la volatilità — e ogni sera la posizione viene regolata al prezzo di chiusura: chi ha guadagnato riceve la differenza, chi ha perso la versa (il cosiddetto marking to market). Da qui la leva: con 20.000 euro di margine si controlla un’esposizione di 170.000, e un movimento dell’indice del 2% diventa un ±17% sul capitale impegnato. La leva non è un difetto del future: è la sua funzione. Ma trasforma errori piccoli in perdite grandi, e il meccanismo dei margini può imporre versamenti aggiuntivi (margin call) proprio nei giorni peggiori — quelli in cui, come abbiamo mostrato parlando del costo di vendere nel panico, l’investitore prende le decisioni più costose.
Chi lo usa, e per cosa
Tre mestieri convivono sullo stesso contratto. La copertura: un gestore con un portafoglio di azioni italiane che teme un ribasso di breve periodo vende future sull’indice invece di smontare il portafoglio — se la borsa scende, il guadagno sul derivato compensa la perdita sui titoli; è la stessa logica che abbiamo illustrato per i futures sul BTP e il rischio tasso. La direzionalità: chi ha una visione sul mercato la esprime con un solo strumento liquido invece di quaranta titoli. L’arbitraggio: quando il prezzo del future si scosta troppo dal valore teorico (indice più costo del denaro, meno i dividendi attesi), i desk quantitativi comprano l’uno e vendono l’altro riportandoli in linea — ed è questo il canale attraverso cui il derivato «comanda» sul mercato a pronti nei momenti concitati.
E il risparmiatore?
La risposta onesta: per la stragrande maggioranza dei portafogli personali il future sull’indice non serve. La taglia (anche il MiniFIB impegna decine di migliaia di euro di nozionale), il presidio quotidiano dei margini e la disciplina richiesta lo rendono uno strumento professionale. Chi vuole un’esposizione all’azionario italiano la ottiene con un ETF sull’indice, senza scadenze, senza margini e senza leva. Il valore di conoscere il FIB è un altro: sapere che esiste un piano dei prezzi «a monte» di quello che vedete, leggere i movimenti dell’indice nelle mezz’ore dei rollover e delle scadenze tecniche con occhio informato, e riconoscere — quando un venditore vi propone «di operare come i professionisti» — quanto costa davvero il biglietto d’ingresso di quel tavolo.

