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Il prestito titoli dentro gli ETF: chi ci guadagna e quali rischi corri

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Molti ETF che stanno nei portafogli italiani fanno una cosa che quasi nessuno legge nel prospetto: danno in prestito i titoli che hanno in pancia a chi ne ha bisogno per venderli allo scoperto, incassando una commissione. Si chiama prestito titoli, è perfettamente legale e regolamentato, e produce ogni anno ricavi che in parte tornano al fondo e in parte restano a chi lo gestisce.

Non è una pratica da demonizzare: spesso è la ragione per cui un ETF riesce a rendere leggermente più del proprio indice di riferimento nonostante i costi. Ma è una fonte di rischio in più, e conviene sapere come funziona.

Come funziona il prestito titoli in un ETF

Il meccanismo ha tre attori. Il fondo possiede, poniamo, azioni di una società quotata. Un operatore ha bisogno di quelle azioni per una vendita allo scoperto o per regolare un’operazione. Il fondo gliele presta per un periodo definito, riceve una commissione e, soprattutto, riceve un collaterale a garanzia: contanti o titoli di Stato, per un valore superiore a quello dei titoli prestati.

La sovra-garanzia è il cuore della protezione. Se il prestito vale 100, il collaterale depositato vale tipicamente fra 102 e 110, e viene ricalcolato ogni giorno: se il valore dei titoli prestati sale, chi ha ricevuto il prestito deve integrare la garanzia entro la giornata. Chi presta mantiene inoltre il diritto di richiamare i titoli in qualsiasi momento.

Chi incassa il ricavo

Qui sta la parte che riguarda direttamente il portafoglio di chi investe. Il ricavo lordo del prestito titoli non va tutto al fondo: viene diviso fra il patrimonio del fondo, e quindi gli investitori, e il gestore o la società del gruppo che organizza l’attività. Le percentuali variano molto: alcuni emittenti girano al fondo il 100% del ricavato, altri il 70%, altri ancora il 50%.

Un ordine di grandezza aiuta. Su un ETF azionario ampio, i ricavi da prestito valgono spesso fra 0,02% e 0,10% annuo del patrimonio; su comparti dove la domanda di titoli da prendere a prestito è alta, come le piccole capitalizzazioni o alcuni mercati emergenti, si può superare lo 0,20%. Sono cifre che, su un prodotto con commissione dichiarata dello 0,20%, possono dimezzare il costo effettivo o lasciarlo intatto a seconda della ripartizione scelta dall’emittente.

I rischi veri, in ordine di importanza

Il primo è il rischio di controparte: se chi ha preso a prestito i titoli fallisce, il fondo si tiene il collaterale e lo vende per ricomprare i titoli. Il problema nasce se, nel frattempo, il valore del collaterale è sceso mentre quello dei titoli prestati è salito. È uno scenario raro ma non teorico, ed è la ragione per cui conta la qualità della garanzia accettata.

Il secondo riguarda proprio la composizione del collaterale: titoli di Stato di paesi solidi e contanti sono una cosa, panieri azionari o obbligazioni societarie di qualità media un’altra. Il terzo, spesso trascurato, è il conflitto di interessi: se l’attività è organizzata da una società dello stesso gruppo del gestore, la ripartizione dei ricavi la decide, di fatto, una parte sola.

Dove si controlla, in tre minuti

Le informazioni ci sono, sono solo scritte male e in fondo ai documenti. Nel prospetto e nel documento informativo si trova se il fondo pratica il prestito titoli, con quale limite massimo di patrimonio impiegato e come viene ripartito il ricavo. La relazione annuale riporta i dati effettivi dell’anno: percentuale media dei titoli prestati, ricavo lordo, quota trattenuta, elenco delle controparti e composizione delle garanzie.

Due prodotti che replicano lo stesso indice con la stessa commissione dichiarata possono avere rendimenti diversi proprio per questo motivo, ed è lo stesso genere di differenza che si accumula silenziosamente nel tempo, come mostra il confronto su dieci anni di costi su 50.000 euro. Il prestito titoli non è un motivo per scartare un ETF: è un motivo per leggere due pagine in più prima di sceglierlo.

Contenuti a fini formativi, non consulenza finanziaria.


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