Prima ancora del primo ETF, prima del conto deposito, prima di qualunque discorso sui mercati, c’è uno strumento finanziario che non rende quasi nulla e che vale più di tutti gli altri: il fondo di emergenza. È la riserva di liquidità che vi permette di attraversare un licenziamento, una caldaia esplosa o una spesa medica senza toccare gli investimenti e — soprattutto — senza indebitarvi. Non è un investimento: è l’infrastruttura che rende possibili tutti gli altri. In questa guida rispondiamo alle tre domande pratiche: quanto deve essere grande, dove va tenuto, e quando si usa davvero.
Quanto: si misura in mesi di spese, non in cifra tonda
La regola di riferimento è nota: da tre a sei mesi di spese essenziali — non di stipendio. Il punto di partenza è quindi un numero che molti non conoscono: quanto vi costa un mese di vita ridotta all’osso, contando mutuo o affitto, bollette, alimentari, trasporti, rate esistenti e assicurazioni, ed escludendo tutto il comprimibile. La forbice tra tre e sei mesi si decide con la stabilità delle entrate: un dipendente pubblico con doppio reddito familiare può stare sul limite basso; un lavoratore autonomo con entrate variabili, un monoreddito con figli o chi ha un mutuo pesante dovrebbe puntare a sei mesi, e in qualche caso oltre. C’è anche un limite superiore: oltre i sei-nove mesi, la liquidità in eccesso smette di essere prudenza e diventa un costo, perché l’inflazione cumulata lavora ogni anno contro il potere d’acquisto di ciò che dorme sul conto. Il fondo di emergenza giusto è quello che basta: il resto appartiene al piano di investimento.
Dove: liquido, separato, noioso
I tre requisiti del contenitore sono, in ordine rigoroso: disponibilità immediata (i soldi devono arrivare sul conto corrente in ore o pochi giorni), assenza di rischio di prezzo (l’importo non deve poter scendere proprio nel mese in cui serve), e solo per ultimo il rendimento. In pratica la scelta si gioca tra conto corrente e conto deposito libero, meglio se presso una banca diversa da quella principale: la separazione fisica è anche psicologica, e riduce la tentazione di eroderlo. Il conto deposito libero aggiunge qualche punto di interesse senza sacrificare la disponibilità — ma attenzione alle promozioni civetta che abbiamo smontato nella nostra inchiesta sui «fino al 5%»: per il fondo di emergenza contano il tasso base e l’assenza di vincoli, non il numero in copertina. Restano entro la garanzia dei depositi fino a 100.000 euro per banca e per intestatario, con le regole del bail-in che abbiamo spiegato qui. Cosa non è un fondo di emergenza: azioni, ETF, obbligazioni a lunga scadenza, crypto — tutto ciò che può quotare meno del valore di ieri nel giorno in cui la caldaia esplode — e nemmeno i vincoli a dodici mesi, che trasformano l’emergenza in una penale.
Quando si usa (e quando no)
Il fondo di emergenza si usa per eventi necessari, imprevisti e urgenti — le tre condizioni insieme: la perdita del lavoro, la riparazione senza cui non si vive o non si lavora, la spesa sanitaria non rinviabile. Non si usa per le occasioni («le azioni sono scese, compro»), non per i desideri travestiti da necessità, non per le spese prevedibili — bollo, assicurazione, tredicesima mancata — che appartengono al budget ordinario. E ha una seconda funzione, meno visibile ma altrettanto preziosa: è ciò che vi impedisce di vendere gli investimenti nel momento peggiore. Chi non ha riserve, davanti all’imprevisto, liquida il portafoglio ai minimi — ed è esattamente l’errore di cui abbiamo misurato il costo. Ultima regola: il fondo usato va ricostituito subito, con priorità su qualunque nuovo investimento. Prima si ripara il paracadute, poi si torna a volare.
Le informazioni di questo articolo hanno finalità esclusivamente divulgativa e non costituiscono consigli finanziari: ogni decisione di investimento resta sotto la responsabilità di chi la assume.

