C’è una categoria di obbligazioni che promette cedole doppie o triple rispetto ai titoli di Stato, e che nei documenti ufficiali porta un nome elegante — «high yield», alto rendimento — mentre nelle sale operative ne porta uno più onesto: «junk bond», obbligazioni spazzatura. Entrambi i nomi dicono la verità: il rendimento è davvero alto, e il motivo è che chi le emette ha una probabilità di fallire tutt’altro che teorica. In questa guida spieghiamo come funzionano, quanto rendono davvero al netto delle perdite attese, come si comportano nei momenti peggiori — che è l’unica cosa che conta — e come si comprano dall’Italia tramite ETF.
Cosa significa «high yield»: la linea del rating
La definizione è tecnica e netta. Le agenzie di rating classificano gli emittenti su una scala di affidabilità: fino a BBB− (o Baa3) si parla di «investment grade», da BB+ in giù comincia il territorio high yield. La linea non è cosmetica: molti investitori istituzionali — fondi pensione, assicurazioni — hanno il divieto statutario di detenere titoli sotto la soglia, e quando un emittente viene declassato da BBB− a BB+ (il «fallen angel») scattano vendite forzate indipendenti dal merito. Chi emette high yield è tipicamente un’azienda molto indebitata: gruppi in ristrutturazione, società uscite da acquisizioni a leva, settori ciclici in fase difficile. Il rendimento extra rispetto ai titoli di Stato — lo «spread» — è il prezzo che il mercato chiede per prestare soldi a chi potrebbe non restituirli: storicamente oscilla tra i 3 punti percentuali delle fasi tranquille e gli oltre 10 delle crisi.
Il rendimento vero: cedola meno default
L’errore classico del risparmiatore è leggere la cedola come se fosse il rendimento. Non lo è: una parte degli emittenti high yield fallisce, e il portafoglio incassa le perdite. Il tasso di insolvenza del comparto oscilla storicamente tra l’1-2% annuo delle fasi buone e il 10% e oltre delle recessioni, con un recupero medio in caso di default intorno al 40% del capitale. Il conto della serva, su un paniere che rende il 7%: se fallisce il 3% degli emittenti perdendo il 60% di quel che avevano, il rendimento effettivo scende sotto il 5,2% — prima di costi e imposte. È ancora più dei titoli di Stato? Spesso sì, ed è per questo che l’asset class esiste; ma il margine è molto più sottile del titolo di giornale, e nelle recessioni si inverte: le perdite arrivano tutte insieme, proprio quando anche le azioni scendono.
Il difetto strutturale: è un’obbligazione che si muove come un’azione
Qui sta il punto che decide se l’high yield merita spazio nel vostro portafoglio. Il ruolo classico delle obbligazioni in un portafoglio bilanciato è ammortizzare: quando l’azionario crolla, i titoli di qualità tengono o salgono. L’high yield fa il contrario: nelle crisi lo spread si allarga, i prezzi scendono e la correlazione con le azioni sale proprio nel momento in cui servirebbe la protezione. In altre parole, l’high yield è rischio azionario travestito da cedola: aggiungerlo al posto delle obbligazioni di qualità non diversifica il portafoglio, lo concentra. Ha senso, semmai, come componente satellite del motore di rischio — accanto alle azioni, non al posto dei bond — e in dosi che non compromettano il sonno, con la stessa logica prudente che abbiamo applicato alle obbligazioni dei mercati emergenti.
Come si compra dall’Italia: ETF, costi e fisco
Comprare singole emissioni high yield è un mestiere da professionisti: tagli minimi elevati, liquidità scarsa, analisi di bilancio indispensabile. Lo strumento adatto al risparmiatore è l’ETF, che diversifica su centinaia di emittenti e rende il rischio di default un’aritmetica di portafoglio anziché una roulette. I criteri di scelta sono i soliti quattro: replica dell’indice, dimensione del fondo, costo annuo (nel comparto si trova sotto lo 0,5%) e domicilio — con le differenze fiscali tra Irlanda e Lussemburgo che abbiamo documentato. Due avvertenze specifiche: primo, verificate se l’ETF copre il cambio, perché il comparto è dominato dal dollaro e la valuta può mangiarsi lo spread; secondo, sul fisco italiano le cedole e le plusvalenze da ETF obbligazionari corporate scontano il 26%, senza l’aliquota agevolata dei titoli di Stato — la differenza 12,5% contro 26% che abbiamo spiegato nella guida alle rendite vale anche qui, e restringe ulteriormente il vantaggio netto sull’accoppiata BTP più azionario globale. Prima di comprare, leggete il KID con il metodo dei cinque minuti: nel comparto high yield le sorprese stanno quasi sempre nelle righe piccole.
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