Quando l'inflazione scende i prezzi non calano: rallentano. Cos'è l'inflazione cumulata, quanto ha eroso i risparmi ferm

L’inflazione cumulata: perché i prezzi non torneranno giù (e cosa significa per i soldi fermi sul conto)

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C’è un malinteso che costa caro a milioni di risparmiatori: l’idea che, quando l’inflazione «scende», i prezzi tornino indietro. Non succede. Quando l’inflazione passa dal 6% al 2%, i prezzi non calano: continuano a salire, solo più lentamente. Il livello raggiunto resta acquisito, e con esso la perdita di potere d’acquisto accumulata. È la differenza — semplice ma quasi mai spiegata — tra inflazione e inflazione cumulata. E per chi tiene i risparmi fermi sul conto corrente, è la differenza tra credere di aver «tenuto» e aver perso un pezzo di stipendio all’anno senza accorgersene.

Il tassametro non torna mai a zero

Pensate all’inflazione come a un tassametro: la corsa può rallentare, ma il conto non si azzera. Un paniere che nel 2021 costava 100 euro, dopo un anno al 8%, uno al 6%, uno al 2% e un paio attorno al 2-3%, oggi costa circa 120-125 euro. Il titolo di giornale dice «inflazione ai minimi», la spesa dice un’altra cosa: per comprare le stesse cose servono venti euro in più su cento, per sempre. Perché i prezzi scendano davvero servirebbe la deflazione — un fenomeno che le banche centrali combattono attivamente, perché deprime consumi e salari. Il sistema è costruito perché i prezzi salgano poco, ma salgano sempre.

Cosa significa per i soldi fermi sul conto

Il conto corrente rende zero o quasi. Con un’inflazione cumulata del 20-25% in un quinquennio, 50.000 euro lasciati fermi dal 2021 valgono oggi, in potere d’acquisto, circa 40.000: diecimila euro evaporati senza che il saldo sia mai sceso di un centesimo. È la forma di perdita più insidiosa che esista, perché non compare in nessun estratto conto. Come abbiamo raccontato parlando delle banche centrali e dei risparmiatori, nessuna autorità rimborsa questa erosione: è un costo silenzioso che il sistema dà per scontato, e che tocca proprio i profili più prudenti — quelli convinti di non star rischiando nulla.

La liquidità serve, ma va dimensionata

La risposta non è svuotare il conto: una riserva di liquidità per gli imprevisti — tre-sei mesi di spese — è la base di qualunque pianificazione seria. Il problema è tutto ciò che eccede quella soglia e resta fermo per anni per inerzia o paura. Per quella parte esistono strumenti a basso rischio che almeno inseguono l’inflazione: conti deposito remunerati, titoli di Stato a breve, fondi monetari. Nessuno arricchisce; tutti riducono l’emorragia. E per la parte di patrimonio con orizzonte lungo, la storia dei mercati dice che il costo più alto lo paga chi resta fuori nei giorni giusti, non chi sopporta le oscillazioni.

Tre numeri da tenere a mente

Primo: al 2% annuo — l’obiettivo dichiarato delle banche centrali — i prezzi raddoppiano in circa 35 anni; al 3%, in 24. L’inflazione «sotto controllo» dimezza comunque il potere d’acquisto nell’arco di una generazione. Secondo: l’erosione si calcola sull’inflazione cumulata, non su quella dell’ultimo anno — è il tassametro totale che conta, non la velocità attuale. Terzo: ogni euro oltre la riserva di emergenza che rende meno dell’inflazione sta lavorando contro di voi. Non è una previsione, è aritmetica: e l’aritmetica, a differenza dei mercati, non sbaglia mai.


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